A fare da contraltare ai voli fantastici dei musicisti progressive che cantavano di maghi e carrozze, fate e incensieri, nei primi anni '70 c'erano (pochi) gruppi come gli Area.
Decisamente attenti alla realtà, anche la loro proposta musicale, spesso provocatoria, era un autentico strumento politico.
Nati dall'improbabile incontro tra musicisti provenienti da esperienze diversissime (chi dal beat, chi dal jazz, chi dal liscio dell'orchestra del padre), gli Area riuscirono a scrivere una pagina cruciale della musica italiana di quel periodo. Questo è il loro primo album, del '73, un disco che arrivò come un pugno in faccia in un mondo del rock che in Italia stava ancora sognando. Musicalmente la proposta degli area denunciava richiami abbastanza evidenti a certo jazz e a certo rock europeo realmente progressivo (Soft machine, Henry Cow, la Scuola di Canterbury, i Gong), ma ciò che faceva la differenza era l'incredibile voce di Demetrio Stratos, strumento tra gli strumenti.
Stratos non "cantava": "usava" la voce spingendola in territori sconosciuti, singhiozzando, sussurrando, gridando, facendole saltare le ottave nella maniera più spericolata… Il tutto in modo estremamente funzionale ad una musica che recuperava influenze etniche e free jazz, musica concreta e rock.
Poi i contenuti: nei testi si leggeva una critica feroce ad un sistema politico e sociale da stravolgere, ad una società troppo adagiata su sé stessa, ma anche ad un rock che ormai era visto come vecchio (e si era solo nel '73), e ad un modo di fare e vivere la musica che al gruppo non poteva più bastare.
Gli anni successivi ci avrebbero mostrato un gruppo aperto al contributo di vari musicisti italiani e stranieri, a esperienze musicali anche estreme e comunque sempre più consapevole del proprio ruolo politico oltre che artistico, senza tradire mai le premesse poste con questo primo bellissimo lavoro. E solo la scomparsa di Stratos nel '79 avrebbe frenato (anche se non bloccato del tutto), la storia di un'esperienza unica, e non solo musicalmente, a livello europeo.
Voto 9
Lucio Mazzi
giovedì 15 marzo 2012
giovedì 8 marzo 2012
LUCIO DALLA - Com'è profondo il mare - 1977
Questo è un album cruciale.
Nella storia di Dalla e in qualche modo, in quella della canzone italiana.
Il (non ancora) cantautore bolognese arrivava da una lunga storia artistica fatta di jazz, all'inizio, lunghissimi anni nel sottobosco della canzone italiana, e, in tempi più recenti, da tre album magistrali ma forse troppo cerebrali per acchiappare il grande pubblico, realizzati con il fondamentale apporto del poeta Roberto Roversi ("Il giorno aveva 5 teste", "Anidride solforosa" e "Automobili").
Ma a questo punto, siamo nel 1977, Dalla decide di fare tutto da solo: una decisione coraggiosa, perché, in un momento in cui Dalla deve decidere se restare un cantautore di culto per pochi eletti o cercare di agganciare un pubblico più vasto, si assume praticamente perla prima volta (se si esclude un episodio di molti anni prima: "Non sono matto o la capra Elisabetta") la responsabilità dei testi.
E nel momento di prendere la penna in mano, Dalla deve aver pensato a quale linguaggio adottare.
Dopo anni a stretto contatto con un poeta come Roversi, non deve essere stato facile calarsi in una realtà linguistica più… concreta, meno immaginifica, più intelligibile, se vogliamo, e tuttavia, non banale, efficace e in qualche modo aderente ad un poetica musicale (nello scrivere musica ma anche nel cantarla) che Dalla comunque aveva sempre avuto.
Il risultato di questo lavoro non ha quasi nessuna delle incertezze o delle ingenuità dell'opera prima: questo disco offre alcuni momenti che non sono resteranno dei capisaldi nel percorso artistico di Dalla, ma che rappresentano alcuni tra i massimi momenti della canzone d'autore italiana.
"Corso Bueno Aires", ad esempio, ricca di invenzioni linguistiche straordinarie che, di pari passo con uno svolgimento musicale nervosissimo, riescono a rendere perfettamente la frenesia metropolitana; "Disperato erotico stomp", la più agghiacciante descrizione di un'assoluta, disperata solitudine, resa ancora più devastante da un tono leggero, quasi scanzonato; "Quale allegria", sconsolata considerazione sull'impossibilità a comunicare… Ecco: ascoltandolo distrattamente è difficile accorgersene, ma questo è un disco di una disperazione assoluta. Seppur mascherata da una grande leggerezza nei toni (non nei concetti!), da una grande facilità musicale, da ariette divertenti, coretti femminili, strizzatine d'occhio, da una voce che svolazza duttile, nervosa, ironica, incredibilmente espressiva…
Disco cruciale per Dalla, si diceva, perché rappresentò la migliore dimostrazione di un'abilità fino a quel momento non compiutamente espressa, e quindi il viatico per un percorso che lo avrebbe visto realizzare altri due capolavori con gli album successivi a chiudere il vecchio decennio e a iniziare il nuovo.
Poi sarebbero venuti per il musicista momenti meno felici e una strada sempre più difficile da percorrere. Ma questa è tutt'un'altra storia…
Voto 9
Lucio Mazzi
Nella storia di Dalla e in qualche modo, in quella della canzone italiana.
Il (non ancora) cantautore bolognese arrivava da una lunga storia artistica fatta di jazz, all'inizio, lunghissimi anni nel sottobosco della canzone italiana, e, in tempi più recenti, da tre album magistrali ma forse troppo cerebrali per acchiappare il grande pubblico, realizzati con il fondamentale apporto del poeta Roberto Roversi ("Il giorno aveva 5 teste", "Anidride solforosa" e "Automobili").
Ma a questo punto, siamo nel 1977, Dalla decide di fare tutto da solo: una decisione coraggiosa, perché, in un momento in cui Dalla deve decidere se restare un cantautore di culto per pochi eletti o cercare di agganciare un pubblico più vasto, si assume praticamente perla prima volta (se si esclude un episodio di molti anni prima: "Non sono matto o la capra Elisabetta") la responsabilità dei testi.
E nel momento di prendere la penna in mano, Dalla deve aver pensato a quale linguaggio adottare.
Dopo anni a stretto contatto con un poeta come Roversi, non deve essere stato facile calarsi in una realtà linguistica più… concreta, meno immaginifica, più intelligibile, se vogliamo, e tuttavia, non banale, efficace e in qualche modo aderente ad un poetica musicale (nello scrivere musica ma anche nel cantarla) che Dalla comunque aveva sempre avuto.
Il risultato di questo lavoro non ha quasi nessuna delle incertezze o delle ingenuità dell'opera prima: questo disco offre alcuni momenti che non sono resteranno dei capisaldi nel percorso artistico di Dalla, ma che rappresentano alcuni tra i massimi momenti della canzone d'autore italiana.
"Corso Bueno Aires", ad esempio, ricca di invenzioni linguistiche straordinarie che, di pari passo con uno svolgimento musicale nervosissimo, riescono a rendere perfettamente la frenesia metropolitana; "Disperato erotico stomp", la più agghiacciante descrizione di un'assoluta, disperata solitudine, resa ancora più devastante da un tono leggero, quasi scanzonato; "Quale allegria", sconsolata considerazione sull'impossibilità a comunicare… Ecco: ascoltandolo distrattamente è difficile accorgersene, ma questo è un disco di una disperazione assoluta. Seppur mascherata da una grande leggerezza nei toni (non nei concetti!), da una grande facilità musicale, da ariette divertenti, coretti femminili, strizzatine d'occhio, da una voce che svolazza duttile, nervosa, ironica, incredibilmente espressiva…
Disco cruciale per Dalla, si diceva, perché rappresentò la migliore dimostrazione di un'abilità fino a quel momento non compiutamente espressa, e quindi il viatico per un percorso che lo avrebbe visto realizzare altri due capolavori con gli album successivi a chiudere il vecchio decennio e a iniziare il nuovo.
Poi sarebbero venuti per il musicista momenti meno felici e una strada sempre più difficile da percorrere. Ma questa è tutt'un'altra storia…
Voto 9
Lucio Mazzi
ANGELO BRANDUARDI - Alla fiera dell'est - 1974
"Di questa roba o non ne veniamo una copia o ne vendiamo un milione" la profetica frase fu del discografico che alla fine si decise a pubblicare un disco che per mesi nessuno aveva voluto.
Addirittura alla RCA con cui Branduardi aveva pubblicato in sordina i primi due album, si erano messi a ridere sentendo quell'assurda filastrocca di cani che mangiano gatti che mangiano topi.
L'album vendette tre milioni di copie restando un anno in classifica.
Ma non subito. Il fatto era che Branduardi, sua moglie Luisa che si occupava dei testi e Maurizio Fabrizio (splendido e sottovalutato autore) che curava gli arrangiamenti vivevano in un mondo tutto loro. Alla metà degli anni '70, se eri un cantautore dovevi essere impegnato politicamente e socialmente. Altro che storielle di cervi, corvi, nuvole e fiori.
Non era facile, allora, credere in quella roba.
David Zard, storico produttore e organizzatore di concerti, ci credette: organizzava il tour di Gloria Gaynor e alla fine di ogni serata, con l'incasso pagava sala di registrazione e musicisti.
"Alla fiera dell'est" nacque così, come una scommessa di un pugno di persone che credevano in qualcosa che non si era mai sentito prima.
Almeno in Italia, perché poi Cat Stevens, diversi gruppi progressive (Gentle Giant e Genesis in testa) e decine di musicisti dediti alla tradizione celtica, questi terreni li battevano già da tempo.
Per l'Italia, invece, queste canzoni che sapevano di fiaba e medioevo, rimandavano ai reel e alle gighe del nord Europa quanto alla musica rinascimentale e alla tradizione ebraica, erano un novità. E come ad ogni novità, bisogna farci l'orecchio: "Alla fiera dell'est" languì nei negozi per sei mesi prima di esplodere col botto.
Ma da quel momento non solo il disco, ma anche Branduardi stesso diventarono un punto fermo, per quanto atipico, del panorama musicale italiano e canzoni come "Soto il tiglio", "Il dono del cervo" o "la favola degli aironi" avrebbero raccolto qualche entusiasmo anche all'estero (ascoltate, se ne avete occasione, la versione inglese dell'album "Highdown fair": vi sorprenderà!). Strano che la lezione del menestrello di Cuggiono, che poi avrebbe continuato a sfornare molti ottimi album in questo filone, non sia stata ripresa da alcuno, ma forse nessuno sarebbe stato credibile quanto lui alle prese con questo tipo di materiale.
Voto 8
Lucio Mazzi
Addirittura alla RCA con cui Branduardi aveva pubblicato in sordina i primi due album, si erano messi a ridere sentendo quell'assurda filastrocca di cani che mangiano gatti che mangiano topi.
L'album vendette tre milioni di copie restando un anno in classifica.
Ma non subito. Il fatto era che Branduardi, sua moglie Luisa che si occupava dei testi e Maurizio Fabrizio (splendido e sottovalutato autore) che curava gli arrangiamenti vivevano in un mondo tutto loro. Alla metà degli anni '70, se eri un cantautore dovevi essere impegnato politicamente e socialmente. Altro che storielle di cervi, corvi, nuvole e fiori.
Non era facile, allora, credere in quella roba.
David Zard, storico produttore e organizzatore di concerti, ci credette: organizzava il tour di Gloria Gaynor e alla fine di ogni serata, con l'incasso pagava sala di registrazione e musicisti.
"Alla fiera dell'est" nacque così, come una scommessa di un pugno di persone che credevano in qualcosa che non si era mai sentito prima.
Almeno in Italia, perché poi Cat Stevens, diversi gruppi progressive (Gentle Giant e Genesis in testa) e decine di musicisti dediti alla tradizione celtica, questi terreni li battevano già da tempo.
Per l'Italia, invece, queste canzoni che sapevano di fiaba e medioevo, rimandavano ai reel e alle gighe del nord Europa quanto alla musica rinascimentale e alla tradizione ebraica, erano un novità. E come ad ogni novità, bisogna farci l'orecchio: "Alla fiera dell'est" languì nei negozi per sei mesi prima di esplodere col botto.
Ma da quel momento non solo il disco, ma anche Branduardi stesso diventarono un punto fermo, per quanto atipico, del panorama musicale italiano e canzoni come "Soto il tiglio", "Il dono del cervo" o "la favola degli aironi" avrebbero raccolto qualche entusiasmo anche all'estero (ascoltate, se ne avete occasione, la versione inglese dell'album "Highdown fair": vi sorprenderà!). Strano che la lezione del menestrello di Cuggiono, che poi avrebbe continuato a sfornare molti ottimi album in questo filone, non sia stata ripresa da alcuno, ma forse nessuno sarebbe stato credibile quanto lui alle prese con questo tipo di materiale.
Voto 8
Lucio Mazzi
lunedì 23 maggio 2011
"Il ghioro e il frescaccino" - Lucio Mazzi e Dino Buffagni (Cicogna editore)
Occupiamo abusivamente lo spazio di Lucio perchè Lucio non vuole (giustamente) parlare del suo ultimo libro. E quindi di noi.
Siamo il faffone e il sardiglio. Due dei personaggi del libro. Eccoci qui sotto.
I libro è uscito una settimana fa e sta andando anche bene, però Lucio dice che non è carino sia lui a dire quanto è bello...
Beh, il libro è bello. Scritto per i ragazzi, sta facendo letteralmente impazzire gli adulti. E non solo perchè ci siamo noi (e l'agrivilla, il chirbiolo, la rimma fizzosa e naturalmente il ghioro e pure il frescaccino che è quello che ha avuto l'onore della copertina, chissà mai perchè, ma di questo stiamo parlando con la nostra associazione di categoria), ma perchè la storia che ci mette insieme è veramente bella. Fa ridere e commuove, è leggera e fa pensare (per questo piace agli adulti).
A proposito, ecco la copertina.
Dunque, c'è questo vecchio professore che insegna a due ragazzini ad amare la poesia, prima con filastrocche facili (dove ci siamo noi, e il ramarro, e la figlia del pascià e il cane di Militello...) e poi con poesie sempre più belle... e loro imparano ad amarla, finchè...
E poi ci sono i disegni di Dino.
Beh, non fosse stato per Dino noi non saremmo qui. Ci piace come ci ha disegnati.
Dino è bravo. Un bel po'...
E lui ci ha fatto anche un bel sito: http://www.ilghioroeilfrescaccino.com/. Andateci subitro: ci troverete tutti là!
Oltre che, naturalmente, in libreria!
Ciao a tutti!
Faffone e Sardiglio
Siamo il faffone e il sardiglio. Due dei personaggi del libro. Eccoci qui sotto.
I libro è uscito una settimana fa e sta andando anche bene, però Lucio dice che non è carino sia lui a dire quanto è bello...
Beh, il libro è bello. Scritto per i ragazzi, sta facendo letteralmente impazzire gli adulti. E non solo perchè ci siamo noi (e l'agrivilla, il chirbiolo, la rimma fizzosa e naturalmente il ghioro e pure il frescaccino che è quello che ha avuto l'onore della copertina, chissà mai perchè, ma di questo stiamo parlando con la nostra associazione di categoria), ma perchè la storia che ci mette insieme è veramente bella. Fa ridere e commuove, è leggera e fa pensare (per questo piace agli adulti).
A proposito, ecco la copertina.
Dunque, c'è questo vecchio professore che insegna a due ragazzini ad amare la poesia, prima con filastrocche facili (dove ci siamo noi, e il ramarro, e la figlia del pascià e il cane di Militello...) e poi con poesie sempre più belle... e loro imparano ad amarla, finchè...
E poi ci sono i disegni di Dino.
Beh, non fosse stato per Dino noi non saremmo qui. Ci piace come ci ha disegnati.
Dino è bravo. Un bel po'...
E lui ci ha fatto anche un bel sito: http://www.ilghioroeilfrescaccino.com/. Andateci subitro: ci troverete tutti là!
Oltre che, naturalmente, in libreria!
Ciao a tutti!
Faffone e Sardiglio
domenica 17 aprile 2011
La patria della luce - Claudio Gargano - 2011
Come chi segue qusto blog zoppicante sa, stimolato dalla richiesta di una conferenza su questo argomento, da qualche tempo mi sto interessando del connubio tra rock e religione (qualsiasi religione). Combinazione, in questi giorni Odoya pubblica questo libro, il cui sottotitolo è "Il rock e l'Oriente tra i Sessanta e i Settanta".
Benissimo, perchè, pur essendo questo un argomento cruciale nella storia del rock, non era quasi mai stato preso in considerazione e approfondito come dovuto.
Il libro si occupa, evidentemente, del connubiuo tra rock e influenze orientali, e lo fa osservando la produzione musicale di una quarantina di gruppi e musicisti. Ho detto "produzione musicale", lo preciso perchè qui viene esaminata la vicenda personale dei musicisti stessi (la loro eventuale conversione, il loro percorso spirituale) solo per lo stretto indispensabile, mentre la massima attenzione viene posta in album e canzoni. E' una scelta legittima, per niente discutibile. Tanto più che l'analisi è precisa, puntigliosa e centrata. E, quel che aggiunge valore al lavoro, non si limita ai casi più noti ed eclatanti (Beatles, Donovan, Santana...), ma va a pescare quelli meno conosciuti di musicisti ben poco noti al grande pubblico che così ha la rara opportunità della scoperta.
Molto bene, quindi. Libro essenziale per chi si interessa all'argomento e che rende ancora più necessario, un volume che estenda la ricerca sull'argomento alle vicende personali dei musicisti ("necessarie" alla comprensione degli episodi muscali) che, non limiti l'analisi di tutto ciò ai soli cruciali anni '60-'70 ma che partendo dallo spiritual, passi per il soul, tocchi Dylan e Springsteen e arrivi, che so, all'ultimo di Skunk Anansie...
Il libro si occupa, evidentemente, del connubiuo tra rock e influenze orientali, e lo fa osservando la produzione musicale di una quarantina di gruppi e musicisti. Ho detto "produzione musicale", lo preciso perchè qui viene esaminata la vicenda personale dei musicisti stessi (la loro eventuale conversione, il loro percorso spirituale) solo per lo stretto indispensabile, mentre la massima attenzione viene posta in album e canzoni. E' una scelta legittima, per niente discutibile. Tanto più che l'analisi è precisa, puntigliosa e centrata. E, quel che aggiunge valore al lavoro, non si limita ai casi più noti ed eclatanti (Beatles, Donovan, Santana...), ma va a pescare quelli meno conosciuti di musicisti ben poco noti al grande pubblico che così ha la rara opportunità della scoperta.
Molto bene, quindi. Libro essenziale per chi si interessa all'argomento e che rende ancora più necessario, un volume che estenda la ricerca sull'argomento alle vicende personali dei musicisti ("necessarie" alla comprensione degli episodi muscali) che, non limiti l'analisi di tutto ciò ai soli cruciali anni '60-'70 ma che partendo dallo spiritual, passi per il soul, tocchi Dylan e Springsteen e arrivi, che so, all'ultimo di Skunk Anansie...
sabato 16 aprile 2011
PFM - Amico Faber - 2011
Ricco cofanetto con 2 CD e un DVD dedicati alle canzoni di De Andrè.
A parte il fatto che gran parte di esse tanto vale riascoltarle nei due IMPERDIBILI live con Faber stesso già recensiti qui sopra, il cd più interessante sembra essere quello dedicato alla riproposizione de "La buona novella", progetto che la PRemiata porta in giro già da tempo. Mica tanto esaltante, comunque.
Insomma, la perizia tecnica è come sempre altissima, ma ci chiediamo se proprio non esista alternativa al rimasticare il vecchio leggendario prog, che trasformarsi in cover band...
Ci deve pur essere una "terza via"...
A parte il fatto che gran parte di esse tanto vale riascoltarle nei due IMPERDIBILI live con Faber stesso già recensiti qui sopra, il cd più interessante sembra essere quello dedicato alla riproposizione de "La buona novella", progetto che la PRemiata porta in giro già da tempo. Mica tanto esaltante, comunque.
Insomma, la perizia tecnica è come sempre altissima, ma ci chiediamo se proprio non esista alternativa al rimasticare il vecchio leggendario prog, che trasformarsi in cover band...
Ci deve pur essere una "terza via"...
sabato 2 aprile 2011
Un Magnificat, le regole, l’ottusità
Cercando un video dell’immensa “Magnificat” scritta da Marco Frisina e cantata da Mina nell’album “Dalla terra”, mi sono imbattuto in una lunga diatriba (su Youtube), ben riassunta dall’intervento di tale Jofruph.
Ma è oggettivo che Frisina scrive malissimo, molte sue melodie zoppicano e le armonizzazioni sembrano opera di un dilettante autodidatta anziché di un diplomato in composizione. Poi può piacere, ma esistono regole di scrittura musicale che hanno una precisa ragion d'essere, come le regole grammaticali o di punteggiatura.
La cosa – lo dico anche da docente di conservatorio - mi ha fatto prima rabbrividire, poi mi ha intristito, perché sintomatica di una mentalità che, ancora oggi, riconosco impossibile da scalzare. Quella legata alle “regole”, regole che in ambito artistico sono un assurdo, una contraddizione in termini.
La musica (ma il discorso vale per qualsiasi espressione artistica) non va “fruita” con un manuale di armonia in mano: va ascoltata con le orecchie e sentita col cuore, dire che un certo brano è scritto senza seguire le “regole di scrittura musicale che hanno una precisa ragion d'essere” è come bocciare Picasso perché ignorava le “regole” della prospettiva o delle proporzioni… ridicolo.
Peraltro se tutti avessero seguito le regole faremmo e ascolteremmo ancora musica come la faceva Perotino. Grazie a Dio, nei secoli sono esistiti tanti artisti (e per questo erano artisti) che delle regole se ne sono sempre fregati. Onore a loro!
Nella fattispecie, trovo che il brano in questione sia uno degli esempi più alti di spiritualità nella popular music. È un’opinione personale (ma condivisa da molti, vedo). A me questo brano emoziona: questo basta. E questo, nel migliore dei mondi possibili, dovrebbe bastare a chiunque.
E adesso andatevelo a sentire
Ma è oggettivo che Frisina scrive malissimo, molte sue melodie zoppicano e le armonizzazioni sembrano opera di un dilettante autodidatta anziché di un diplomato in composizione. Poi può piacere, ma esistono regole di scrittura musicale che hanno una precisa ragion d'essere, come le regole grammaticali o di punteggiatura.
La cosa – lo dico anche da docente di conservatorio - mi ha fatto prima rabbrividire, poi mi ha intristito, perché sintomatica di una mentalità che, ancora oggi, riconosco impossibile da scalzare. Quella legata alle “regole”, regole che in ambito artistico sono un assurdo, una contraddizione in termini.
La musica (ma il discorso vale per qualsiasi espressione artistica) non va “fruita” con un manuale di armonia in mano: va ascoltata con le orecchie e sentita col cuore, dire che un certo brano è scritto senza seguire le “regole di scrittura musicale che hanno una precisa ragion d'essere” è come bocciare Picasso perché ignorava le “regole” della prospettiva o delle proporzioni… ridicolo.
Peraltro se tutti avessero seguito le regole faremmo e ascolteremmo ancora musica come la faceva Perotino. Grazie a Dio, nei secoli sono esistiti tanti artisti (e per questo erano artisti) che delle regole se ne sono sempre fregati. Onore a loro!
Nella fattispecie, trovo che il brano in questione sia uno degli esempi più alti di spiritualità nella popular music. È un’opinione personale (ma condivisa da molti, vedo). A me questo brano emoziona: questo basta. E questo, nel migliore dei mondi possibili, dovrebbe bastare a chiunque.
E adesso andatevelo a sentire
venerdì 1 aprile 2011
Fede e spiritualità nel rock (e non solo)
Una settimana fa, raggiungendomi per vie traverse, il parroco di Castelfranco Emilia (MO), don Fabio Quartieri, mi ha chiesto di tenere un incontro con i ragazzi della sua parrocchia sul tema "fede e spiritualità nella musica rock". Fantastico.
Per un sacco di motivi.
Tanto per cominciare verso il rock c'è sempre stato un pregiudizio enorme da parte della Chiesa che l'ha visto sempre come "strumento del demonio". Il fatto che un parroco invece cerchi di capire (e far capire alla propria comunità) se questo sia vero o no è indice di grandissima apertura mentale.
Un altro motivo è che non solo la Chiesa, ma il mondo culturale in genere si nutre di simili pregiudizi. Per dire: incaricato della faccenda, sono andato a spulciare sulla mia libreria e tra 2-3 mila di libri che si occupano di popular music ne ho trovati ben 3 dedicati al rock satanico, a Satana nel rock, ecc. nessuno su fede e religione (qualsiasi religione) nel rock.
Curioso.
Come se il rock non avesse conosciuto conversioni clamorose (da Little Richard, a Dylan, a Santana, a Cat Stevens), come se certa popular music non esistesse proprio in funzione di tematiche religiose, e non si pensi solo al christian rock nelle sue più disparate declinazioni, dalla canzone all'heavy metal: pensate allo spiritual, al gospel, al reggae, a tanto soul.
Ma tant'è: proponete a religioso (di qualsiasi confessione) o laico il binomio "rock e fede" e vedrete espressioni dubbiose, teste che si scuotono, scetticismo. Che sciocchezza, che ignoranza.
Tuttavia una cosa molto bella: approfondendo tante cose che ricordavo ma che dovevano essere messe a fuoco, mi sono imbattuto in un blog bellissimo sull'argomento: si intitola L'Arena dei Rumori ed è tenuto da un altro religioso dalla mente incredibilmente aperta. P. Massimo Granieri. Padre Max ne sa tantissimo di rock, basta scorrere i suoi post ricchi di riferimenti incrociati, di rimandi, di relazioni, ed è abbastanza aperto di vedute da voler scardinare con i fatti e con i pensieri i pregiudizi di cui sopra. Onore a lui
Ma insomma, domenica 3 aprile terrò questo incontro (ore 21 alla Parrocchia di Padulle di Sala Bolognese, se passate di lì), racconterò cose, farò ascoltare canzoni e vedere video, andando dallo spiritual (appunto) all'ultimo album di Skunk Anansie. Spero di non annoiare, ma su questo argomento, anche qui sopra, torneremo.
Per un sacco di motivi.
Tanto per cominciare verso il rock c'è sempre stato un pregiudizio enorme da parte della Chiesa che l'ha visto sempre come "strumento del demonio". Il fatto che un parroco invece cerchi di capire (e far capire alla propria comunità) se questo sia vero o no è indice di grandissima apertura mentale.
Un altro motivo è che non solo la Chiesa, ma il mondo culturale in genere si nutre di simili pregiudizi. Per dire: incaricato della faccenda, sono andato a spulciare sulla mia libreria e tra 2-3 mila di libri che si occupano di popular music ne ho trovati ben 3 dedicati al rock satanico, a Satana nel rock, ecc. nessuno su fede e religione (qualsiasi religione) nel rock.
Curioso.
Come se il rock non avesse conosciuto conversioni clamorose (da Little Richard, a Dylan, a Santana, a Cat Stevens), come se certa popular music non esistesse proprio in funzione di tematiche religiose, e non si pensi solo al christian rock nelle sue più disparate declinazioni, dalla canzone all'heavy metal: pensate allo spiritual, al gospel, al reggae, a tanto soul.
Ma tant'è: proponete a religioso (di qualsiasi confessione) o laico il binomio "rock e fede" e vedrete espressioni dubbiose, teste che si scuotono, scetticismo. Che sciocchezza, che ignoranza.
Tuttavia una cosa molto bella: approfondendo tante cose che ricordavo ma che dovevano essere messe a fuoco, mi sono imbattuto in un blog bellissimo sull'argomento: si intitola L'Arena dei Rumori ed è tenuto da un altro religioso dalla mente incredibilmente aperta. P. Massimo Granieri. Padre Max ne sa tantissimo di rock, basta scorrere i suoi post ricchi di riferimenti incrociati, di rimandi, di relazioni, ed è abbastanza aperto di vedute da voler scardinare con i fatti e con i pensieri i pregiudizi di cui sopra. Onore a lui
Ma insomma, domenica 3 aprile terrò questo incontro (ore 21 alla Parrocchia di Padulle di Sala Bolognese, se passate di lì), racconterò cose, farò ascoltare canzoni e vedere video, andando dallo spiritual (appunto) all'ultimo album di Skunk Anansie. Spero di non annoiare, ma su questo argomento, anche qui sopra, torneremo.
lunedì 1 novembre 2010
Led Zeppelin - Lucio Mazzi - GoodMood 2010
Questa non è una recensione. In effetti non s'è mai visto un autore recensire un proprio libro...
Però vale la pena di spiegare un paio di cose.
Tanto per cominciare questo libro non si legge ma si ascolta: è un audiolibro, perfetto che vuole ascoltare facendo altre cose (guidare, mangiare, fare le pulizie, tromb... vabbè avete capito). Io l'ho scritto, Nino Carollo l'ha letto, voi lo scaricate dal sito http://www.goodmood.it/libri-in-auto/led_zeppelin_bio_rock (ma anche da iTunes o da altri siti che vendono audiolibri) e lo ascoltate. Funziona così.
Poi, si tratta di una biografia. banale, direte. Tuttavia, ora, su certi gruppi storici, è - paradossalmente - sempre più difficile trovarte delle pure e semplici biografie. Trovate libri su un certo album, sui loro concerti, su aspetti particolari della loro vicenda, raccolte di testi commentati o no, ma se uno vuole semplicemente sapere "chi sono e cosa hanno fatto", ha sicuramente delle difficoltà. Questo libro (e quelli che seguiranno: tra poco U2, e poi Pink Floyd, e poi Rolling Stones...) vuole semplicemente raccontare "vita storia e miracoli", a chi della band in questione vuole sapere "vita storia e miracoli".
Come ho lavorato per questo libro? Mi sono basato sulle poche biografie esistenti (e datate), soprattutto inglesi, e ho ricostruito il mosaico delle tante vicende, spesso anche in contraddizione, che ho trovato.Dopo di chè ho iniziato a spulciare la mia collezione di riviste degli anni '70 e ho vagliato il tutto attraverso interviste, reportage e recensioni dell'epoca.
Si parte dalla nascita di Jimmy, Robert, John e John Paul, si arriva a quando nascono i Led Zep, si ripercorre la loro vicenda dagli inizi ai trionfi, e ci si ferma al momento della loro apparizione al Live Aid. Dopo, i Led Zeppelin non sono semplicemente più esistiti, anche se sarebbe proseguita, ad esempio, la vicenda artistica di Plant e Page. Ma questa è un'alltra storia.
Siamo chiari: qui non c'è niente di nuovo chè degli Zeppelin, come di altre celeberrime band, ormai si è detto e scritto tutto, ma certo si è fatta giustizia di tante sciocchezze circolate negli anni e, soprattutto, si è cercato di costruire ciò che veramente è succcesso, ad uso e consumo di chi oggi voglia semplicemente saperlo e che di Wikipedia non si accontenta.
Buona lettura!
Lucio Mazzi
Però vale la pena di spiegare un paio di cose.
Tanto per cominciare questo libro non si legge ma si ascolta: è un audiolibro, perfetto che vuole ascoltare facendo altre cose (guidare, mangiare, fare le pulizie, tromb... vabbè avete capito). Io l'ho scritto, Nino Carollo l'ha letto, voi lo scaricate dal sito http://www.goodmood.it/libri-in-auto/led_zeppelin_bio_rock (ma anche da iTunes o da altri siti che vendono audiolibri) e lo ascoltate. Funziona così.
Poi, si tratta di una biografia. banale, direte. Tuttavia, ora, su certi gruppi storici, è - paradossalmente - sempre più difficile trovarte delle pure e semplici biografie. Trovate libri su un certo album, sui loro concerti, su aspetti particolari della loro vicenda, raccolte di testi commentati o no, ma se uno vuole semplicemente sapere "chi sono e cosa hanno fatto", ha sicuramente delle difficoltà. Questo libro (e quelli che seguiranno: tra poco U2, e poi Pink Floyd, e poi Rolling Stones...) vuole semplicemente raccontare "vita storia e miracoli", a chi della band in questione vuole sapere "vita storia e miracoli".
Come ho lavorato per questo libro? Mi sono basato sulle poche biografie esistenti (e datate), soprattutto inglesi, e ho ricostruito il mosaico delle tante vicende, spesso anche in contraddizione, che ho trovato.Dopo di chè ho iniziato a spulciare la mia collezione di riviste degli anni '70 e ho vagliato il tutto attraverso interviste, reportage e recensioni dell'epoca.
Si parte dalla nascita di Jimmy, Robert, John e John Paul, si arriva a quando nascono i Led Zep, si ripercorre la loro vicenda dagli inizi ai trionfi, e ci si ferma al momento della loro apparizione al Live Aid. Dopo, i Led Zeppelin non sono semplicemente più esistiti, anche se sarebbe proseguita, ad esempio, la vicenda artistica di Plant e Page. Ma questa è un'alltra storia.
Siamo chiari: qui non c'è niente di nuovo chè degli Zeppelin, come di altre celeberrime band, ormai si è detto e scritto tutto, ma certo si è fatta giustizia di tante sciocchezze circolate negli anni e, soprattutto, si è cercato di costruire ciò che veramente è succcesso, ad uso e consumo di chi oggi voglia semplicemente saperlo e che di Wikipedia non si accontenta.
Buona lettura!
Lucio Mazzi
venerdì 8 ottobre 2010
POOH - Parsifal - 1973
Mario Goretti, Valerio Negrini, Gilberto Faggioli, Bob Gilliot, Mauro Bertoli… Chi sono costoro? Perbacco, ma sono i Pooh! La prima formazione dei Pooh, quella datata 1965 che rappresentava l'evoluzione "professionale" di un gruppo che da anni "batteva" le balere del bolognese: i Jaguar.
Niente a che vedere con gli attuali Dody, Roby e Red, che, uno alla volta (con il recente transfuga Stefano) sarebbero arrivati negli anni successivi, ma Valerio Negrini, uno dei maggiori parolieri italiani di sempre, che all'inizio sedeva dietro i tamburi e oggi si occupa dei testi, rappresenta la continuità durante questi quasi 40 anni di vita del gruppo più longevo d'Italia.
Comunque già nel 1971, a firmare i due primi grandi successi della band ("Tanta voglia di lei" e "Pensiero") è la formazione quasi definitiva: c'è ancora Negrini alla batteria e Riccardo Fogli al basso, ma Roby e Dody sono già al loro posto. Nel 1973, con "Parsifal", finalmente Canzian è al posto di Fogli e D'Orazio al posto di Negrini. Ci siamo.
Si può quindi considerare "Parsifal" il primo album dei Pooh dell'"era moderna", ma il suo valore non risiede, ovviamente in questo. Il periodo musicale era quello del rock sinfonico, spartiti dilatati, lunghe parti strumentali, sontuose orchestrazioni…
I Pooh l'orchestra l'avevano sempre usata, ma quello che arrivava soprattutto dall'Inghilterra era qualcosa che non avevano mai fatto e che per questo li incuriosiva: passavano ore ad ascoltare "Supper's ready" dei Genesis e pensavano che quella era una faccenda che avrebbero proprio voluto provare.
I 12 minuti che danno il titolo all'album nacquero a pezzi. Un paio d'anni prima, a Facchinetti era stato chiesta una colonna sonora per un film di Lattuada "Questa specie d'amore", poi non se n'era fatto niente, ma le musiche erano rimaste: divennero la parte centrale del brano cui venne unito un tema già presente nell'album "Contrasto" del '69.
Per la prima parte Fachinetti compose un tema di sapore "chopiniano" su cui Negrini scrisse un testo ispirato alla leggenda del Sacro Graal. Il resto lo fecero le chitarre di Battaglia con un paio di assoli da abbecedario per aspiranti chitarristi.
Alla fine il brano funzionò maledettamente bene: era in linea con la produzione musicale più "evoluta", ma aveva un'accessibilità che lo rendeva fruibile al grosso pubblico. Un buon compromesso.
Certo non impressionò più di tanto i fans dei Genesis o della PFM, ma sicuramente portò molti che ascoltavano solo canzonette ad un rock più evoluto.
Nell'album poi non c'era solo "Parsifal", un buon riscontro di classifica ebbero canzoni più tradizionali (ancorché di ottimo livello) come "Io e te per altri giorni" e "Inifiniti noi" registrate con un'orchestra di 60 elementi. Anche se fu la vicenda del cavaliere senza macchia e senza paura che finì per restare nella storia musicale dei quattro che lo riproposero in concerto fino a non poterne più e finendo per ribattezzarlo "Par di pal"…
Voto 8
Lucio Mazzi
Niente a che vedere con gli attuali Dody, Roby e Red, che, uno alla volta (con il recente transfuga Stefano) sarebbero arrivati negli anni successivi, ma Valerio Negrini, uno dei maggiori parolieri italiani di sempre, che all'inizio sedeva dietro i tamburi e oggi si occupa dei testi, rappresenta la continuità durante questi quasi 40 anni di vita del gruppo più longevo d'Italia.
Comunque già nel 1971, a firmare i due primi grandi successi della band ("Tanta voglia di lei" e "Pensiero") è la formazione quasi definitiva: c'è ancora Negrini alla batteria e Riccardo Fogli al basso, ma Roby e Dody sono già al loro posto. Nel 1973, con "Parsifal", finalmente Canzian è al posto di Fogli e D'Orazio al posto di Negrini. Ci siamo.
Si può quindi considerare "Parsifal" il primo album dei Pooh dell'"era moderna", ma il suo valore non risiede, ovviamente in questo. Il periodo musicale era quello del rock sinfonico, spartiti dilatati, lunghe parti strumentali, sontuose orchestrazioni…
I Pooh l'orchestra l'avevano sempre usata, ma quello che arrivava soprattutto dall'Inghilterra era qualcosa che non avevano mai fatto e che per questo li incuriosiva: passavano ore ad ascoltare "Supper's ready" dei Genesis e pensavano che quella era una faccenda che avrebbero proprio voluto provare.
I 12 minuti che danno il titolo all'album nacquero a pezzi. Un paio d'anni prima, a Facchinetti era stato chiesta una colonna sonora per un film di Lattuada "Questa specie d'amore", poi non se n'era fatto niente, ma le musiche erano rimaste: divennero la parte centrale del brano cui venne unito un tema già presente nell'album "Contrasto" del '69.
Per la prima parte Fachinetti compose un tema di sapore "chopiniano" su cui Negrini scrisse un testo ispirato alla leggenda del Sacro Graal. Il resto lo fecero le chitarre di Battaglia con un paio di assoli da abbecedario per aspiranti chitarristi.
Alla fine il brano funzionò maledettamente bene: era in linea con la produzione musicale più "evoluta", ma aveva un'accessibilità che lo rendeva fruibile al grosso pubblico. Un buon compromesso.
Certo non impressionò più di tanto i fans dei Genesis o della PFM, ma sicuramente portò molti che ascoltavano solo canzonette ad un rock più evoluto.
Nell'album poi non c'era solo "Parsifal", un buon riscontro di classifica ebbero canzoni più tradizionali (ancorché di ottimo livello) come "Io e te per altri giorni" e "Inifiniti noi" registrate con un'orchestra di 60 elementi. Anche se fu la vicenda del cavaliere senza macchia e senza paura che finì per restare nella storia musicale dei quattro che lo riproposero in concerto fino a non poterne più e finendo per ribattezzarlo "Par di pal"…
Voto 8
Lucio Mazzi
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